Un Peachum tutto Italiano

Contre Culture

…ma l’amor mio non muore

L’ultima volta che sono entrata in un teatro italiano era più di dieci anni fa, a veder, ironia della sorte, uno spettacolo proprio dello stesso regista di cui vi parlo stasera. Si parlava all’epoca di William Reich, e del dolore di un lutto.

E la lotta continua, perché è salutare vedere che l’Italia, teatralmente parlando, è in ottima forma.

Dietro le righe e l’interpretazione faustiana di Brecht (mi si perdoni il facile jeu de mots!), il pubblico avvertito potrà intuire molto più di quello che traspare in superficie.

Ed è forse questa la magia del teatro – che, come il plusvalore marxiano, ma slegato dalla logica del profitto (almeno a casa Paravidino, che non è il caso di tutti) – nasce qualcosa nel cuore di chi lo fa e chi lo vede che più della somma delle sue parti.

Nascono nel silenzio tra due battute i pensieri nascosti, crescono alberi nella schiena dopo uno sguardo, e si fa un esercizio storico della memoria. Paravidino infatti usa Brecht, e lo contro usa, per mettere i puntini sulle i degli ultimi vent’anni di politica italiana, con la classe e l’eleganza con cui ci ha abituato.

 Orsini disse un giorno che il giovane talento di Rocca Grimalda fosse il nuovo enfant prodige del teatro italiano. Io avrei detto “enfant sauvage” ma questione di punti di vista, e forse anche, per dirla con Angela Davis, di sesso razza e classe di uno spettatore da sempre emancipato.

E, chiosando l’ouverture della pièce, “siccome qui siamo a casa di gente onesta”, i compagni le promesse le tengono (quasi) tutte, e chiunque potrebbe seguire il filo di Arianna che porta da Trinciapollo  a Genova 01, diretto a Brecht.

 Ad affiancare l’infaticabile enfant prodige, che è già un po’ che non è più un enfant, la compagna di sempre, Iris Fusetti, la cui interpretazione, è, come sempre, giusta.

Per dirlo con Jean Luc Godard “il nous faut pas juste une image, mais une image juste » , e la Fusetti dimostra ogni sera di non essere juste une actrice, mais une actrice juste. Giusta significa, fuor di metafora, non soltanto talentuosa (il critico si deve di non snocciolare banalità se ci riesce), ma  giusta perché sa il valore delle cose, il prezzo di certi silenzi, e la ferocia di certe sguardi. Proprio per questo la potenza dei momenti in cui interpreta il potere politico arriva con tutta la sua forza, perché proprio come una Vestale in pelle rossa e stivale, controlla l’entrata del tempio e ne decide gli ingressi. A noi, però, che abbiamo occupato con lei il Teatro Valle, Iris ci arriva dritto al cuore quando all’inizio e alla fine della pièce, canta e ci parla dell’Umanità che vorremmo, dell’Uomo, a cui bisogna ancora credere (sennò siamo davvero perduti…) , dei sogni sepolti in un cassetto, e dell’Anarchia che brucia in fondo ai nostri cuori.

Un magnifico Daniele Natali, che ci incatena alla sedia quando imita il papa, e chiude con brio questo Peachum tutto mediterraneo, un Peachum pieno di passione e scanzonata ironia, ma sopratutto un Peachum  che fa comunità, che prende il pubblico di petto.

Brechtiano fino in fondo, Paravidino sfida il pubblico, lanciando le luci addosso e lanciandogli un “E voi?” quantomai necessario. E allora quel pubblico capisce, che, il Teatro Valle forse fisicamente non è più occupato, ma, ebraicamente parlando, da un punto di vista messianico (Kafka), il teatro Valle apre ogni sera che un teatro dentro e contro le logiche del profitto strappa un posto al teatro ufficiale.

 La lotta continua

In the Darkness of Time

Contre Culture

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DANS LE NOIR DU TEMPS

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LES DERNIERES MINUTES DU TEMPS

Pourquoi fait-il noir la nuit Monsieur Wigy ?

Peut-être qu’autre fois l’univers avait encore votre âge et que le ciel resplendissait de lumière, et puis que le monde a vieilli, il s’éloigne, quand je regarde le ciels entre les étoiles, je ne peux voir que ce qu’a disparu.

LES DERNIERES MINUTES DE LA JEUNESSE

Si je te parle du temps, c’est qu’il n’est pas encore

Si je te parle d’un lieu c’est qu’il a disparu

Si je te parle du temps, c’est qu’il n’est déjà plus

Si je te parle d’un homme, il sera bientôt mort

—-

Oh Paula tu m’as dérobé ma jeunesse

LES DERNIERES MINUTES DU COURAGE

Sarajevo’s courage

Le sentiment que j’ai de l’existence n’est pas encore à moi c’est un sentiment irreflechi il nait en moi et il s’en va.

LES DERNIERES MINUTES DE LA MEMOIRE

Birkenau

LES DERNIERES MINUTES DE L’AMOUR

Nous nous aimons plus, nous ne nous sommes pas aimés

Quel était le numéro (Torture dans Le petit Soldat)

LES DERNIERES MINUTES DE L’HISTOIRE

I am aware once more of a new desire, something rising beneath me like the proud horse’rider first whispers and then holds it back. Against you I will fling myself, and vanquish and unyielding, Oh Death, She is gone Forever, She is gone Forever. I know when one is dead or one live.

LES DERNIERES MINUTES DE LA PEUR

LES DERNIERES MINUTES DE ETERNEL

LES DERNIERES MINUTES DU CINEMA

L’ Amore conta

Contre Culture

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Era il 14 Ottobre de 1980

e quella mattina

i colletti bianchi

che fino ad allora erano

entrati in fabbrica

a testa bassa

vergognandosi

come crumiri

iniziarono a sfilare

la domenica in corteo.

Marcia dei quarantamila - Wikipedia

Quello fu il segno

di un giro di vite,

i nuovi protagonisti sociali

erano loro

e non piu la classe operaia

quello fu il segno

di tante cose

di tante disgrazie

a venire

come

la scuola privatizzata

il miglior sistema sanitario d’europa

smantellato

pezzo dopo pezzo

un po’ alla volta

con determinazione

e resilienza

Cattinara di Trieste

la fine dei diritti conquistati a fatica

con l’articolo 18

buono come carta igienica

Quello fu il segno che proprio

avevamo perso.

Al Massimo potevamo andare a liberare

i compagni in carcere

rrallentare la corsa

per schiantarsi un po piu tardi

contro il muro

che comunque ci avrebbo fermati.

Quello ero il segno

di una generazione

a cui è stato tolto tutto

ma che proprio per questo

non ha piu niente da perdere.

La fine dei grandi Autunni Caldi

significa Tangentopoli

e Mani Sporche

precariato cognitivo

tirocini a 400 euro al mese

laureati pagati a cottimo

call center buoni solo da bruciare

una gioventù che scappa all’estero

ma noi l’ERASMUS lo andiamo a fare a Rojava

Signora Gelmini,

noi l’ERASMUS lo andiamo

a fare a GAZA,

Signora Azzolina

ma Lei si deve solo RITIRARE

Le Donne sono la Garanzia della Rivoluzione di Rojava – UIKI ONLUS

Una gioventù che la

si vorrebbe

piegata

ma non ha

mai finito di alzare la testa

15 Ottobre Roma

NO EXPO Milano

Noi siamo

di quelli

che vogliamo

che

TUTTO BRUCI

INTORNO

E

DENTRO

NOI

NOI SIAMO DI QUELLE

CHE

Cosa fare non ce Lo dice più nessuno

che sono anni che le ragazze stanno in testa del corteo

Noi Siamo di Quelli che

quando regaliamo un fiore

non è un fiore comprato ma colto sotto al sole

Noi Siamo di quelli Che

Diciamo

Addio

E tu dici Arrivederci

lo guardi negli

occhi

e pensi

Quello è ancora

MIO

Noi abbiamo

LUPI DENTRO AL CUORE

SORRIDIAMO E PARLIAMO POCO

ma agli appuntamenti

importanti

con la Storia

siamo in anticipo

o comunque

sempre sul pezzo

Noi siamo di quelli

che

forse avevi un fiore dentro al cuore

Luci A San Siro

si spengolo solo per il prossim

BLACK OUT DI MASSA

Noi Siamo Marinai

Pirati e Briganti

Corsari

ma uomini onesti

e le nostre compagne

non le lasciamo sole mai

nemmeno per andare

a costruire

le bombe che verranno

Noi siamo qulli che

i compagni morti

Guccio

Gnappo

Carlo Giuliano

magari abbiamo anche amato dentro agli occhi suoi

ma non

smettiamo innamorarci

negli occhi dei VIVI

RICORDI IL GIOCO DENTRO LA NEBBIA

TU TI NASCONDI

E SE TI TROVO TI AMO LA

TROVARTI E AMARTI

GIOCARE IL TEMPO

SULL’ERBA MORTA

CON IL FREDDO CHE FA QUI

– Lucca 26 Dicembre 2021

I black bloc a Roma scatenano la guerriglia 100 feriti e 41 fermati -  ilGiornale.it
A l’Assalto Companeros

Dai teatri occupati al GKN di Campi Bisenzio

Da ogni letto dove le donne inizano a farsi rispettare

Dalla Val Susa a Notre Dame de Lande

Da Bure a Trieste

Dalle case occupate in Giambellino a quelle di TIBURTINA

Da SCUP a ZERO 81

Da Tutte le calcistiche Popolari d’Italia

Trebesto Prima della Lista

Da Circolini ai BAR ritrovi di compagni

bianchi rossi e a pallini

DISOBBEDIENZA ANTAGONISMO AUTONOMIA DIFFUSA NON SIGNIFICA PIU NULLA

SE mettiamo in campo

MANIFESTAZIONI CHE SI RIPRENDONO TUTTO

Seconda Linea

Rivolta Femminile

Teatri Autonomi Milanesi

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Lei sfogliava i suoi ricordi
Le sue istantanee
I suoi tabù
Le sue madonne, i suoi rosari
E mille mari
E alalàI suoi vestiti di lino e seta
Le calze a rete
Marlene e Charlot
E dopo giugno, il gran conflitto
E poi l’Egitto
E un’altra etàMarce svastiche e federali
Sotto i fanali
L’oscurità
E poi il ritorno in un paese diviso
Più nero nel viso
Più rosso d’amoreAida, come sei bellaAida, le tue battaglie
I compromessi
La povertà
I salari bassi, la fame bussa
Il terrore russo
Cristo e StalinAida, la costituente
La democrazia
E chi ce l’ha
E poi trent’anni di safari
Fra antilopi e giaguari
Sciacalli e lapin
Aida, come sei bella

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« Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del « vertice » che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli « ignoti » autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. »

« Abbaiare Stanca »

Ho messo via
un po’ di rumore
dicono: così si fa
nel comodino
c’ho una mina
e tonsille da
seimila watt.
Ho messo via
i rimpiattini
dicono: non ho l’età
se si voltano un momento
io ci rigioco
perchè a me va

Ho messo via
un po’ d’illusioni
che, prima o poi,
basta così,
ne ho messe via
due o tre cartoni
e comunque so
che sono lì.
Ho messo via
un po’ di consigli
dicono: è più facile
li ho messi via
perchè a sbagliare
sono bravissimo da me.
Mi sto facendo
un po’ di posto
e che mi aspetto
chi lo sa
che posto vuoto
ce n’è stato,
ce n’è
e ce ne sarà
Ho messo via
un bel po’ di cose
ma non mi spiego
mai perchè
io non riesca a
metter via te.

Ho messo via
un po’ di legnate,
i segni, quelli, non si può,
che non è il male ne la botta
ma, purtroppo, è il livido.
Ho messo via
un bel po’ di foto
che prenderanno polvere
sia sui rimorsi
che rimpianti
che rancori
e sui perché.
Mi sto facendo
un po’ di posto
e che mi aspetto
chi lo sa
che posto vuoto
ce n’è stato,
ce n’è
e ce ne sarà
Ho messo via
un bel po’ di cose
ma non mi spiego
mai perché
io non riesca a
metter via te.

In queste scarpe
e su questa terra che
dondola dondola
dondola dondola
con il conforto
di un cielo che resta lì.
Mi sto facendo un po’ di posto
e che mi aspetto chi lo sa
che posto vuoto ce n’è stato,
ce n’è e
ce ne sarà
Ho messo via
un bel po’ di cose
ma non mi spiego
mai perchè
io non riesca
a metter via te.

A Valerio Ferrandi,

A Nic,

A Celo, François, Luca,

A Antoine

Io e te ne abbiamo vista qualcuna vissuta qualcuna
Ed abbiamo capito per bene il termine insieme
Mentre il sole alle spalle pian piano cala giù
E quel sole vorresti non essere tu

E così hai ripreso a fumare a darti da fare
È andata come doveva come poteva
Quante briciole restano dietro di noi
O brindiamo alla nostra o brindiamo a chi vuoi

L’amore conta
L’amore conta
Conosci un altro modo
Per fregar la morte?


Nessuno dice mai se prima o se poi
E forse qualche dio non ha finito con noi
L’amore contaIo e te ci siam tolti le voglie

Ognuno i suoi sbagli
È un peccato per quelle promesse di rivoluzione
Oneste ma grosse


Ci si sceglie per farselo un po’ in compagnia
Questo viaggio in cui non si ripassa dal via

L’amore conta, l’amore conta
E conta gli anni a chi non è mai stato pronto


Nessuno dice mai che sia facile
E forse qualche dio non ha finito con te

Grazie per il tempo pieno
Grazie per la te più vera
Grazie per i denti stretti
I difetti
Per le botte d’allegria
Per la nostra fantasia

L’amore conta, l’amore conta
Conosci un altro modo per fregar la morte?
Nessuno dice mai se prima o se poi
E forse qualche dio non ha finito con noiL’amore conta, l’amore conta
Per quanto tiri sai
Che la coperta è corta
Nessuno dice mai che sia facile
E forse qualche dio non ha finito con te
L’amore conta.

http://maxima-library.org/mob/b/362089?format=read

Il Testamento di Tito

Contre Culture

Nota D’Intenzione del Film « Gli Anni Caldi » – Fiction

Questo film ci racconta la Storia a contropelo, cerca di regolare i conti con il Pater Familias, il Fascismo che è fuori ma sopratutto dentro di Noi.

Padre Nostro Che sei Nei Cieli, dall’Antico Testamento a Shakespeare, la figura paterna è forse quella che non ha mai smesso di inseguire l’inconsciente di ogni epoca, che combatte instancabilmente con le braci della precedente.

Inseguiamo come un miraggi I Padri che vorremmo e quelli che la sorte ci ha dato,

imitiamo di sbieco i Padri che ci scegliamo, gli antenati d’elezione con cui combattiamo i fantasmi che non hanno mai smesso di ritornare

Whither it goes Marxism?

How is the world?

It wear as it grows, My Lord.

Gli spettri di Marx continuano a far tremare non solo l’Europa,

e noi danzando con loro,

crediamo che il Comunismo non sia mai Morto.

Questo è un film della memoria tradita.

Noi Siamo i figli di quelli che hanno preso le armi,

del dolore arrecato e sofferto,

delle sparatorie sbagliate,

ma anche di quelle giuste.

Siamo figli della violenza

e con questa violenza abbiamo imparato a giocare a nascondino.

Parliamo a nome di noi stessi,

che basta e avanza

abbiamo spesso cognomi che pesano

più del piombo di quegli anni,

ma ce ne freghiamo, perché

noi non dobbiamo dire grazie a nessuno.

Entrati per effrazione,

già in questo mondo.

Strappati a carceri d’isolamento,

che bruciano la notte,

contro la dignità dell’uomo.

Siamo quelli che non dimenticano,

Carlo Giuliani, Stefano Cucchi, Emanuele Aldrovandi,

Marchionne,

Bolzaneto, Diaz,

Tralicci e cadute

compressori e accuse di terrorismo lanciate come fossero caramelle,

ma questo non è un gioco da bambini,

noi politica la facciamo con il nostro corpo,

a colpi di montaggio

e a colpi di pistola,

quella che voi chiamate violenza, degrado, associazione a delinquere

è solo difesa dei fiori e dell’aria di montagna,

quella che voi mettete in carcere duro,

è la meglio gioventù.

Passano ke generazione,

ma certi metodi non cambiano mai.

Noi siamo La Seconda Linea,

Quella delle mamme e delle sorelle

dei compagni da trent’anni nelle carceri all’estreme punta della penisola

a cui avete sbattuto la porta in faccia dopo

16 ore di treno

per quattro domeniche di seguito,

Noi siamo

le Figlie

delle brigatiste

torturate,

delle pielline

nutrite a forza

Noi siamo Tempesta

Siamo qui a raccontare

la verità

perché i panni sporchi di questo paese

non li laveremo mai in casa.

Siamo le insegnanti precarie che mandano avanti questo paese

svegliandosi alle 4 del mattino

per uno stipendio da fame

Siamo più forti della nostra rabbia

e più intelligenti della nostra impulsività

Siamo quelle che nelle mani della legge non

ci finiranno mai

perché siamo sempre un passo piu veloci

delle pantere che da sempre ci inseguono.

Siamo le donne che fanno figli a colpi

di reni,

che ridono beffarde

di fronte

alla piccolezza di Questori, Commissari, Ispettori Digossini e quant’altro.

Noi siamo quelle che non dimenticano

né oggi né domani

perché questo non è più un gioco de ninos,

questa volta siamo cresciute

Noi siamo i ragazzi e le ragazze di

Exarchia, Notre Dame de Lande,

Libera Repubblica della Maddalena,

Via Gola, Via Watt

Qui la Polizia non entra

perché ha paura.

Mandate pure eroina e psicofarmaci,

noi quella merda li non l’abbiamo mai toccata

nemmeno quando avete provato a darcela

a

forza

legandoci

su un letto di ospedale.

Noi siamo di quelle che pensano che

se siete venuti a bussare alle nostre porte,

tra un po’

ci penserete due volte

a venire a bussare di nuovo,

cela n’est pas une menace,

mais une promesse.

Teatro Valle Occupato

Contre Culture

Amarcord

Non mi ricordo chi o come prese queste foto, ma tra i piu avvertiti di voi riconosco

Maziar, Aliosha, Tania, Fausto P., Davide, Irene, Sara

………………….. Valentina e Tea Laboratorio Teatro La Nave Scuola

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Hommage à Majakovskij

Je ne me souviens pas qui est la fille mais on a l’air assez enragé

La Nave Scuola

CRISI Iris Fusetti & Fausto Paravidino

Caterina INESI Laboratorio Teatro Danza

Serena Sinigaglia Laboratorio Regia

Sororité

Contre Culture

« Adèle se lève et elle se casse. Ce soir du 28 février on n’a pas appris grand-chose qu’on ignorait sur la belle industrie du cinéma français par contre on a appris comment ça se porte, la robe de soirée. A la guerrière. Comme on marche sur des talons hauts : comme si on allait démolir le bâtiment entier, comment on avance le dos droit et la nuque raidie de colère et les épaules ouvertes. La plus belle image en quarante-cinq ans de cérémonie – Adèle Haenel quand elle descend les escaliers pour sortir et qu’elle vous applaudit et désormais on sait comment ça marche, quelqu’un qui se casse et vous dit merde. Je donne 80% de ma bibliothèque féministe pour cette image-là. Cette leçon-là. Adèle je sais pas si je te male gaze ou si je te female gaze mais je te love gaze en boucle sur mon téléphone pour cette sortie-là. Ton corps, tes yeux, ton dos, ta voix, tes gestes tout disait : oui on est les connasses, on est les humiliées, oui on n’a qu’à fermer nos gueules et manger vos coups, vous êtes les boss, vous avez le pouvoir et l’arrogance qui va avec mais on ne restera pas assis sans rien dire. Vous n’aurez pas notre respect. On se casse. Faites vos conneries entre vous. Célébrez-vous, humiliez-vous les uns les autres tuez, violez, exploitez, défoncez tout ce qui vous passe sous la main. On se lève et on se casse. C’est probablement une image annonciatrice des jours à venir. La différence ne se situe pas entre les hommes et les femmes, mais entre dominés et dominants, entre ceux qui entendent confisquer la narration et imposer leurs décisions et ceux qui vont se lever et se casser en gueulant. C’est la seule réponse possible à vos politiques. Quand ça ne va pas, quand ça va trop loin ; on se lève on se casse et on gueule et on vous insulte et même si on est ceux d’en bas, même si on le prend pleine face votre pouvoir de merde, on vous méprise on vous dégueule. Nous n’avons aucun respect pour votre mascarade de respectabilité. Votre monde est dégueulasse. Votre amour du plus fort est morbide. Votre puissance est une puissance sinistre. Vous êtes une bande d’imbéciles funestes. Le monde que vous avez créé pour régner dessus comme des minables est irrespirable. On se lève et on se casse. C’est terminé. On se lève. On se casse. On gueule. On vous emmerde. »

Césars : «Désormais on se lève et on se barre» Virginie Despentes

I N T E R S E C T I O N N A L I T E D E S L U T T E S

Born in Flames We were Born Ready

BLACK WOMAN BE READY

RED WOMAN BE READY

WHITE WOMAN BE READY

BECAUSE THIS IS OUT TIME

AND WE MUST FULLFILL IT

A CLAIRE FONTAINE

ceci est un appel aux armes

A Virginies DESPENTES : MERCI

car depuis les pentes

de la Croix Rousse on prend la relève de la lutte

A PAUL B. PRECIADO

MERCI

D’AVOIR DECOUVERT DE NOUVELLES PLANETES QUI NOUS DONNENT

UN PEU D’OXYGENE SUR CETTE TERRE MAUDITE

Aux Putes de Carole Roussopoulos

car si toutes les professeures de fac de ce pays avaient

un quart de votre courage on en serait pas là

à Callisto Mc Nulty pour nous avoir montré très recemment la voie

La Règle et l’Exception

Contre Culture

« Car i y a la règle et l’exception. Il y a la culture qui est de la règle, il y a l’exception, qui est de l’art. Tous disent la règle : les cigarettes, ordinateurs, leur t-shirts, télévision, tourisme, guerre. Personne ne dit l’exception. Cela ne se dit pas. Cela s’écrit : Kafka, Dostoïevski. Cela se compose : Geshwin, Beethoven. Cela se peint : Cézanne, Vermeer. Cela s’enregistre : Eisenstein, Vigo. Ou cela se vit, et alors c’est l’art de vivre : Srebenica, Mostar, Sarajevo. Il est de la règle de vouloir la mort de l’exception, Il sera de la règle de l’Europe de la culture d’organiser la mort de l’art de vivre qui par sursaut fleurit encore. »

Je vous salue Sarajevo (1993) Jean-Luc Godard

ce texte est une libre traduction d’une oeuvre du collectif Claire Fontaine

Pour écrire ce texte qui parle du rapport entre l’art et de la lutte, j’aurais besoin d’une langue étrangère à elle-même, une langue de saltimbanque, qui matérialise la possibilité de danser sur une corde tendue et de combattre.

Cependant, nous avons seulement les lambeaux de mots usés, à coudre autour des problèmes.

Comme par exemple le problème de ne pouvoir même plus traverser le pont qui lie l’art à la vie, sans tomber dans les mains de la loi.

Ou celui d’admettre l’état de choses existantes sans tomber dans la lâcheté ou la dépression.

Une amie disait que les destins ont leur clinamen. « Nous et les autres : nous nous séparons par dégout, mais nous ne parvenons pas à nous réunir par élection. Et pourtant, on se retrouve uni. Unis et hors de l’amour, à découvert et sans protection réciproque. »

C’est ainsi que nous participons pour ne pas participer.

Aux luttes et pas au travail,

Aux dynamiques militantes et pas à la société.

Nous voulons être autre, afin que ce que nous haïssons devienne autre chose que nous.

Car déserter c’est avant tout déserter soi-même, et cette triste l’habitude à ne pas s’écouter. Pour enfin faire de body painting avec notre ego, dans un processus de désubjectivation toujours ouvert, un art de mettre de la distance logique et performative.

Si nous ne pouvons plus changer les aspects du réel qui plus nous blessent, nous n’avons qu’à nous transformer en quelque chose d’inassimilable, dépassant le moralisme ambiant et révélant le côté politique de l’illégalité.

On devient ainsi des hors-la-loi, des droguées, des prostitués, des pervers, des violents – et inévitablement des voleurs, car la propriété privé et les affects qui la conservent sont la justification de toutes les autres oppressions. La prison a été une étape nécessaire car toujours infligée et car elle aussi, en partie, a été la manière d’une séparation du monde aseptique et médiocre du « bien-être » du vingtième siècle.

Cependant, un problème naît dans ce devenir. La manière dont les autres exclus se mêlent à nous, ceux qui n’ont pas choisi politiquement leur exclusion, mais la subissent – car ils ont été privés même dans le choix initiale de se positionner. Et cela fracture. Le poids de ce qui nous sépare, au lieu d’être moteur de révolte, devient facteur de ralentissement. Qui souffre est moins productif, même de subversion sociale, ainsi disaient les mouvements, ainsi disaient la psychiatrie et les professeurs.

Nous sommes confrontés à l’impossibilité de nous changer nous même sans un renversement sociale qui balaie ce poison du jugement et de la mesure, cette police des conduites, cette tristesse de la survie quotidienne.

Refuser la participation aux processus insurrectionnels comme un devoir-être, cela était déjà un héritage de l’autonomie des années ’70. Et pourtant, le report d’un monde qui déjà nous offre bien peu d’occasion de plaisir, a ensuite transformé les militants en figure ascétiques, incapables de se contaminer. Le choix de la marge comme lieu où forcer nos contradictions, risque de devenir un devoir être symétrique à ce que nous refusons, et sans doute plus insidieux.

Est-on capable de créer des espaces-temps où l’on puisse vraiment se rencontrer ?

Un temps messianique, loins de la causalité chronologique, un lieu surtout pas au centre, mais à la marge, où puissent tomber les masques des identités que nous avons fidèlement construites au fil des années ? Un espace-temps où construire des amitiés, des formes de vie de la révocation de tout destin, de toute assignation des identités et de devoirs ?

A la recherche instable d’une stylistique de l’existence, pour réinventer notre rencontre avec le kairos.

Car qu’est-ce que c’est enfin une rencontre avec quelqu’un qu’on aime ?

Est-ce une rencontre avec quelqu’un ou avec des animaux qui viennent vous peupler, des idées qui vous envahissent, de sons qui vous traversent ? Il n’est pas le simple fait de vivre sa propre existence comme possibilité ou puissance ?

Nous sommes, une fois au dehors de l’inondation des mouvements, des présences isolées, prisonnières de notre identité de naufragés, un épisode que l’on peut oublier.

S’il n’y a pas de plaisir à vivre dans l’espace que nous nous sommes choisi n’est pas la faute de l’un ou de l’autre, mais sans doute du fait que nous sommes retranchés dans de boyau sociaux sans oxygène, condamné à l’endogamie.

Survivants d’un incident non enregistré, rescapés d’un Vietnam imaginaire, opprimé par la nécessité de s’accommoder à un présent qui n’est qu’à détruire.

Comme dans une collocation forcée.

Simplement mal à l’aise avec l’Histoire.

La conclusion qui s’impose est que les privilèges ne s’annulent pas en y renonçant. La séparation reste et reste liée au choix même de cette renonce, un choix noble qui est possible à certains, et qui, en vertu de sa noblesse, est réversible.

Les privilégiés qui s’exposent au péril de s’opposer à la société, de vivre dans ses interstices, capitalisent pendant cette expérience, et peuvent, souvent plus forts et plus capables, faire retour au lieu social d’où ils sont partis.

Car il est vrai qu’en se désubjectivisant dans la marge en absence d’un procès révolutionnaire nous ne réussirons ni à changer nous-même ni ce qui nous entoure.

La joie et les privilèges dont on peut bénéficier dans un monde qui reste capitaliste sont des plaisirs fondés sur la soumission et le saccage d’autrui, plaisir bestiaux en dernière analyse, même si on les croit raffinés.

La marge des luttes, malgré ses défauts, reste un espace meilleurs, un espace de créativité, une forme de luxe, un Eldorado que l’on considère perdu ensuite, lorsqu’on on est rentré à la maison, et l’on ne peut plus faire marche arrière sans se faire refuser par les amis d’avant. En ’68 un cycle de luttes et un ensemble des subjectivisations possibles s’est fermé. Ces dernières non seulement sont devenues les slogans du marketing de parfum, habillement ou autre, mais elles nous ont laissés, d’un point de vue du devoir être humain et pas seulement social, dans une situation similaire à celle qui a vu la naissance de l’abstraction du paysage en histoire de l’art.

Même la lettre de l’avant garde reste lettre morte, un luxe non désirable car son valeur d’usage est inconnu.

Le seul paradigme de transmission du savoir qui nous est familier est celui de l’université, avec son système fermé et ses compromis.

Mais surtout avec son accord tacite de jamais faire un usage effectif des savoir transmis, crées et accumulés.

Grandes barricades positionnées là entre l’art et la vie, le savoir et le vivre.

Cela fait depuis longtemps d’ailleurs que les universités n’hébergent plus aucun asile à l’enfer de la marchandise. Aucun conflit ne peut exister dans leurs murs productifs, où on y matraque la jeunesse qui pose trop de demandes. Elles ne sont rien de plus que vecteurs d’humiliation et reproduction sociale. La transmission, la discussion et l’étude ont ainsi arrêtée d’être, à partir d’un certain moment, des moments socialisants, renforçant et pas commerciales. Si par hasard, quelque part ils ont survécu, ils ont conservé une pauvre valeur d’échange et sûrement perdu leur valeur d’usage.

A un moment, aux environs des années quatre-vingt la notion de culture s’est égarée. Comme celle de contre-culture.

Ce n’est pas juste qu’on en a perdu le sens, mais on en a perdu la notice explicative. On a oublié que la contre-culture, on ne la produit pas, on ne l’assimile pas en restent chacun fermé dans sa propre forteresse contemplative, mais seulement en entretenant des rapports sociaux compatibles avec les vérités politiques que l’animent.

Les contre-cultures n’existent qu’au pluriel, pas tant lorsqu’on étudie, mais lorsqu’ on fait des enfants, on vit des amours que nous rendent capables de comprendre et d’agir.

Ce sont nos formes de vie, nos comportements quotidiens réciproques qui nous mettent en condition de passer un après-midi à lire Lenin ou Foucault et en faire quelque chose de réellement et immédiatement subversif.

La contre-culture est la critique permanent du concept de « patrimoine ». Car il n’existe « témoignage de culture qui ne soit pas aussi témoignage de barbarie », il nous faudra bien plus qu’un revolver pour arracher à la culture sa dose de domination, d’appartenance, d’État qui lui appartient.

Tu me répondras que l’on vie dans un moment violent. Et que la violence rabaisse le niveau du débat car elle usurpe la place de la parole, ramène les corps en premier plan, avec leur fragilité et leur être inadéquat. Elle nous rappelle combien et comment nous sommes gouvernés. Pourtant, elle devrait nous rappeler que l’abstraction ne devrait pas déguiser ni l’urgence des besoins, ni les abjections du racisme, du machisme, de l’offense contre l’enfance que chaque jour est perpétré sur nous tous.

L’abstraction devrait nous permettre de penser plus loin portant avec nous tout le poids de nos insuffisances, sans plus aucune honte; devrait lutter contre la force de gravité et pas nous laisser glisser.

C’est sans doute cela que l’on joue dans l’art contemporain – comme les jongleurs sans expérience lancent des flambeaux, selon une logique de survivance mais sans rigueur chorégraphique.

Nous cherchons à faire cela, sans se brûler.

Mais l’art n’est pas un refuge, n’est pas une position, une attitude.

C’est seulement un métier.

Il faudrait s’en souvenir, et quand nous disons « les artistes », on devrait le dire comme nous disons « les médecins » ou « les maçons » Un ami disait : le problème n’est jamais la répression, le problème est la peur. La peur n’est pas encaisser le coup, car quand t’as encaissé le coup, t’es suffisamment fort pour le supporter, le problème est vivre tout la vie en évitant le coup, cherchant de le fuir, mais souvent en le prenant tout de même et en perdant pas seulement la santé mais aussi la dignité